Arto Lindsay, Prize (2000)

“However, the artlessness of your gesture/ is a present let me keep it”

Comincerò con chi Arto Lindsay sa già chi è.

Ondina già fa capire molto del disco che verrà: una chitarra acustica in un accordo che più di minore sa di scordato ad arte, la voce di Lindsay altrettanto programmatica: senza pensarci la sua voce prende una strada finto-celestiale, seguendo i passi della melodia…Non ci riesce a regolare d’arte, ma lo fa in modo convinto. Due sax ammiccanti introducono batterie più pesanti.
The Prize
nasconde un refrain da Top 40 (un arpeggino di chitarrina che fa il furbo, si mostra e torna indietro) dietro brevissimi lampi di schitarrazzate come quelle di una volta e usi a volte più a volte meno convenzionale di un quartetto d’archi. Una batteria robusta ma non occludente fa il paio con un basso effettato a risucchio. Alla fine della canzone, passati i tre minuti, Arto, sullo sfondo perfettamente indifferente dà da fare alle sue mani e ci regala un momento alla D.N.A.

Ed è bello, immaginarselo tutto ignudo sotto!

Ed è bello, immaginarselo tutto ignudo sotto!

La prima canzone in portoghese, Pode Ficar, esibisce un giro di basso discreto quanto possente. Il ritornello sa quasi di canzone tradizionale italiana, che forse chi studia armonia e storia della musica saprebbe nominare scientificamente. La chitarra morsa, addentata, diventa un contorno, al pari della percussioni o del tastierino che sa di fisarmonica (nome tecnico dello strumento, “melodica”).
Prefeelings
è un pezzo coi controcazzi, anche se come tutto l’album si presenta assolutamente in sordina, non esattamente umilmente, ma mai con roboanza. Un tappeto di rumori in reverse e sprazzini di noise danno il la# a una chitarra un po’ goffa, con l’intento di essere allegra. Il canto/controcanto Arto Lindsay/Beans (una voce nera, quasi da rapper, ma qui in parlato) è un bell’incastro, spalleggiato da una selva di big drums a cui si aggiunge una frasetta di sassofono ripetuta.
Modos
è la canzone decisamente più tradizionale, fino a metà; dopo scatta un momento gloomy da cui non ci si risolleva più fino alla fine. Ex-preguiça inizia con qualcosa che sa di Portishead ma ritorna sulle strade brasileire che sappiamo. Resta tuttavia un episodio minore, all’interno di Prize. Unsure inizia ventosa ma presto risfodera un attacco dramen beis, che sul cantato di Lindsay diventa più inquietante che altro: qualcosa su cui, in un altro contorno, balleresti. Resemblances è la versione degenerata di una ninna nanna, ma non per questo sprovvista di un suo ritmo. Ci si riprende alla grandissima con uno dei pezzi preferiti del disco, un momento piuttosto romantico e che, a conti fatti, non ha moltissimo della sporcizia industrial che è la cifra stilistica del disco. O Nome Dela ricorda il brano d’apertura, Ondina, per un accordo iniziale in minore che contrasta con l’orecchiabilità a mille del refrain. Tone è un brano dove il cantato ha un certo ritmo e i suoni inciampano un po’ in se stessi, ma si lascia sostanzialmente ascoltare. Infatti uno dei punti forti del cd è che -ricordandoci che l’idea base è fondere tradizione di musica brasiliana e quella che prima ho definito sporcizia industriale- i suoni aspri o potenzialmente aspri della parte elettronica-noise sono tutti piuttosto addolciti o, meglio ancora, perfettamente integrati col resto, in modo da non spiccare come elementi anomali nè risultare cacofonici all’ascolto.
Interior Life, con quei sax, sembra quasi un brano di Amon Tobin, il genietto mezzo brasileiro, per l’appunto, del dramen beis. E Aì Esqueço offre un coretto nella strofa che sembra un campionamento di un John Lennon quando andava di moda il falsetto. Il tutto però non decolla mai e resta incollato a un ding-dong di pianoforte che sfuma lentamente.

Sinceramente di spiegare chi sia Lindsay non ne ho voglia, vi basti sapere che suonava (“suonava”) nei D.N.A., un trio no-wave di Nueva York, in cui la batterista era una giapponese che mai prima di allora aveva visto una batteria.  Lindsay è famoso per lo stile (se così è lecito chiamarlo) nel suonare (“suonare”) la chitarra. Presto vi parlerò di un altro progetto in cui Lindsay fu coinvolto nei meravigliosi (OPPURE NO) Settanta.

Cervello

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  1. massimo scrive:

    il commento a ‘E Aì Esqueço’ manca di incapacità a cogliere fiori nell’arcipelago ‘Arto Lindsay’.

  2. Cervello scrive:

    Accetto la critica (?)!
    del resto che te ne pare? e del cd in generale?

    ps. c’è da dire che non posso dirmi un esperto di Lindsay…

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